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"Domeniche con la Storia": il ruolo del Clero foggiano nelle lotte risorgimentalli

Ne ha parlato il Prof. Vincenzo Robles nel sesto incontro del ciclo organizzato dalla Fondazione Banca del Monte
Il ruolo del clero foggiano nelle vicende politiche che in Capitanata caratterizzarono il processo di unificazione eŽ stato al centro del sesto incontro delle “Domeniche con la Storia”, lŽiniziativa culturale organizzata dalla Fondazione Banca del Monte “Domenico Siniscalco Ceci” di Foggia.

A tenere la relazione sullŽargomento, il prof. Vincenzo Robles, ordinario di Storia Contemporanea dellŽUniversitaŽ di Foggia.

La presentazione eŽ stata affidata al Presidente della Fondazione, avv. Francesco Andretta che ha ricordato la recente apertura ufficiale delle celebrazioni per il 150enario dellŽUnitaŽ dŽItalia da parte del Presidente della Repubblica Napolitano. Quanto mai adeguata, dunque, la scelta della Fondazione di dedicare proprio al Risorgimento in Capitanata questa edizione delle “Domeniche con la Storia”.
In questo periodo, ha ricordato Andretta, sono tante le iniziative e le pubblicazioni che ricordano quegli anni della storia dŽItalia: a seconda dei punti di vista degli autori, ci si schiera a favore dei Borbone o della correttezza del processo di unificazione, spesso con toni accesi. LŽobiettivo della Fondazione, invece, eŽ stato dallŽinizio quello di analizzare i fatti con la maggiore imparzialitaŽ possibile
“Come istituzione”, ha detto il Presidente, “non vogliamo ne possiamo sposare una parte o lŽaltra: vogliamo, invece, assumere una ponderata posizione moderata. EŽ il motivo per il quale abbiamo scelto come relatori docenti universitari e ricercatori locali rigorosi. NellŽincontro di oggi, parleremo della resistenza passiva opposta dal clero al processo risorgimentale. Un clero che, evidentemente, era abituato ad avere un punto di riferimento nella corte borbonica oltre che nellŽautoritaŽ pontificia. Negli anni del Risorgimento, ci furono pochi preti che si batterono a favore dellŽUnitaŽ dŽItalia, mentre la maggioranza si oppose, come il primo Vescovo di Foggia, Bernardino Maria Frascolla. Sentiamo il racconto di quegli anni nella relazione del Prof. Robles”.

Una sintesi della relazione del prof. Robles.

“LŽincontro di oggi ha per oggetto non soltanto la fine del Regno borbonico e la fine del Potere temporale dei Papi, ma direi soprattutto lŽinizio del nuovo Regno dŽItalia e lŽinizio di una nuova Chiesa appena abbozzata in quello che fu il Concilio Vaticano I. Un periodo che per noi del 3° millennio non eŽ tanto facile da immaginare come non lo fu per quei nostri lontani antenati protagonisti. Ben presto i vinti e i vincitori si trovarono a vivere una realtaŽ che non avevano nemmeno lontanamente immaginato. Per lŽItalia e per la Chiesa cominciava quello che con una parola viene definita modernitaŽ. E la modernitaŽ significa cambiamento. Noi oggi giudichiamo negativamente quelle nostre popolazioni che non seppero essere piuŽ pronte e piuŽ convinte nellŽaccettare i cambiamenti. Ma non fu facile, perché quei cambiamenti ebbero un prezzo altissimo e piovvero per molti allŽimprovviso e furono imposti.
LŽargomento trova piuŽ che sufficiente materiale negli archivi statali e in quelli ecclesiastici: oggi viene ripreso nellŽambito della ricorrenza dei 150 anni dellŽUnitaŽ dŽItalia... CŽeŽ un interesse diverso che suggerisce lŽanalisi dei documenti in una prospettiva piuŽ ampia e con un senso storico piuŽ libero e piuŽ obiettivo. ... LŽUnitaŽ dŽItalia eŽ ormai un dato storico incontrovertibile: si puoŽ e si deve discutere sui metodi della sua attuazione, ma credo che lŽUnitaŽ sia da considerare lŽunico bene politico, culturale e sociale per lŽItalia. E altrettanto dicasi della fine del potere temporale della Chiesa
CioŽ premesso credo che si possa avanzare anche una distinzione fra il comportamento della Chiesa verso il Risorgimento e il comportamento della Chiesa verso lŽUnitaŽ dŽItalia cosiŽ come programmata dalla diplomazia piemontese...
Il tema del Risorgimento e della conseguente UnitaŽ dŽItalia eŽ un tema complesso, che riguarda non solo la realtaŽ degli Stati preunitari italiani (e quindi dello stesso Stato pontificio) e degli altri Stati europei (Inghilterra e Francia), ma il passaggio ad una chiesa italiana che ereditava diverse esperienze regionali. Tutto questo ci obbliga a non ridurre la nostra attenzione al semplice racconto degli avvenimenti locali, ... ma a tener conto della situazione nazionale e internazionale prima e dopo quegli avvenimenti. Il Mezzogiorno visse le vicende unitarie in una dimensione piuŽ ampia delle sue attese e dei suoi obiettivi. LŽeuforia dei liberali e la rabbia dei rivoltosi non sempre furono la conseguenza di precise scelte politiche. Prima di una coscienza civica ci fu la preoccupazione di assicurarsi un domani.
... occupiamoci dunque della Chiesa e degli avvenimenti unitari in Capitanata. Non possiamo dire che i paesi e le chiese delle 7 diocesi abbiano vissuto con identico slancio i moti del 1848 e i moti del 1860, ma restano caratteristiche molto simili fra le diverse realtaŽ.
Dei 7 vescovi dellŽintera provincia solo due non furono indicati come animosamente "borbonici": il vescovo di Manfredonia Tagliatatela ... e il vescovo di Troia mons. Passero...
I rimanenti 5 furono riconosciuti ostili alla nuova realtaŽ politica: Mons. Iannuzzi di Lucera, mons. Montuoro di Bovino, mons. La Scala di San Severo, mons. Todisco di Ascoli, mons. Frascolla di Foggia...
EŽ fuor di dubbio che la fedeltaŽ alla dinastia borbonica in questi vescovi sia stata sincera e sentita, anche se diversamente motivata e mostrata. La presenza di un legittimismo non dovrebbe apparire del tutto scandalosa in vescovi che avevano anche ricevuto una nomina regia. Inoltre eŽ da non dimenticare lo stretto rapporto fra potere civile e potere religioso in quegli anni. Carlo Villani ci offre una interessante descrizione relativa a questi rapporti vissuti a Foggia durante la rivoluzione del 1848: «Le sagrestie, dŽaltra parte, avevano ripreso tutto intero lŽantico potere [...] la chiesa matrice era divenuta la succursale del palazzo dellŽIntendenza e dove ogni festa civile solennizzavasi col tormentare le povere canne di un organo e con lo sciupare incensi dai turiboli. La religione era diventata quasi sfacciata mezzana tra lŽautoritaŽ e le masse, sempre col riposto scopo di menare codeste per il naso, come i buoi, a duro e cieco servilismo». Ma non credo che il tentativo di difendere la causa borbonica sia stato lŽunica ragione a scatenare la forte opposizione popolare e politica subita dalla maggior parte dei vescovi di Capitanata negli avvenimenti del 1860. CŽeŽ da chiedersi come mai i vescovi avessero perduto quella fiducia delle masse che contribuiŽ a vincere i moti del 1848... Intendenza ed episcopato, che avevano contribuito a vincere la rivoluzione del 1848 si trovavano questa volta su posizioni diverse. DŽaltra parte il cosiddetto basso-clero eŽ stato sempre, nella sua maggioranza, naturalmente popolare, ancor di piuŽ quello del Mezzogiorno facilmente succube della borghesia che offriva la possibilitaŽ, ad un clero numeroso e spesso privo di occupazione, di una sicura nomina come cappellano nei propri Oratori privati. Una volta convertita la borghesia alla nuova realtaŽ anche il clero fu facilmente convinto ad accettarla. E con il clero parte della popolazione. Ma a queste motivazioni che videro sfaldarsi lŽintesa fra autoritaŽ civile e autoritaŽ religiosa cŽeŽ da aggiungere una ulteriore causa che determinoŽ una piuŽ profonda rottura fra clero capitolare e il proprio vescovo. Opposizione dettata dal rifiuto da parte del clero di accettare riforme che cercavano di ridurre antichi privilegi e di richiamarlo a costumi piuŽ morali. I fatti del Ž60 evidenziarono questo secolare scontro e ci fa ipotizzare che spesso le scelte politiche da parte del clero siano state effettuate anche nella speranza di liberarsi dalla ingombrante presenza di vescovi che cercavano di introdurre uno spirito sacerdotale piuŽ consono ai principi del Vangelo. In questo tentativo di autonomia dal proprio vescovo non sarebbe da escludere la presenza di uno spirito di gallicanesimo che non fu mai assente dal clero capitolare meridionale. Diventa quindi comprensibile come i vescovi piuŽ avversati dalle nuove forze politiche furono proprio quei vescovi che avevano conosciuto una forte opposizione da parte del clero per i continui richiami ricevuti...
Un esempio nella vicenda fu vissuta da Mons. Bernardino Frascolla, (1856-1869) primo vescovo della nuova diocesi di Foggia, dopo che ben altri due candidati avevano rifiutato la nomina... il Frascolla esercitoŽ subito e con rigore il suo ufficio episcopale e introdusse riforme sullŽelezione dei canonici e dei parroci che innescarono forti polemiche con il clero foggiano. Agli inzi degli anni Ž60 circolava giaŽ un opuscolo che descriveva il vescovo "nemico della libertaŽ politica, sollecito soltanto a tendere la lana al gregge, corruttore della morale, simoniaco". Quale realtaŽ il nuovo e primo vescovo intendeva riformare? Foggia aveva cinque parrocchie: parrocchia Cattedrale, il cui parroco era lŽarciprete; la parrocchia di San Francesco Saverio, il cui parroco era un canonico; la parrocchia di San Michele, vicaria del Capitolo, il cui parroco era nominato dal Capitolo; la parrocchia di San Giovanni Apostolo e quella di San Giovanni Battista erano chiese di patronato comunale e, di conseguenza, i parroci erano nominati dal Municipio. La nomina dei cinque parroci quindi dipendeva per tre dal Capitolo e per due dal Municipio. Risulta evidente quanto fosse difficile per un vescovo agire fra due potenti istituzioni locali: il Capitolo e il Municipio! In un tale ambiente di sospetti e di ricatti si inserisce lŽaccusa di antipattriottismo. E il vescovo cosiŽ si difese: "«Questo Capitolo eŽ stato e sta in fazioni, specialmente per lŽelezione dei canonici e degli abbati e parroci, senza guardare punto né abilitaŽ né meriti ma fini privati e interesse, cosa scandalosa e degna di riforma e castigo». E ancora: «Nelle provviste - cioeŽ nelle nomine [n.d.a.] - non si ha di mira la giustizia e il merito, ma il vantaggio dei parenti, dei fratelli e nipoti dei capitolari elettori che vengono promossi canonici dai loro parenti i quali sono collegati e in fazione». Risulta evidente da queste espressioni e giudizi lŽimpossibilitaŽ di una intesa tra clero capitolare e vescovo. I moti rivoluzionari nellŽestate del 1860 offrirono anche a Foggia occasione di dare anche una veste politica ad una questione prettamente ecclesiastica. Frascolla si rifugioŽ nella sua Andria e il suo trono episcopale nella Cattedrale fu capovolto: era il segno di una vittoria da parte del capitolo. Ma Frascolla rimase fedele al suo impegno pastorale e alle direttive che giungevano da Roma. Da Andria chiese al suo clero di non mettere a servizio delle autoritaŽ laiche le chiese e le cerimonie liturgiche "le potestaŽ laiche non hanno il potere di ingiungere al clero le funzioni sacre".
Ma la diocesi di Foggia mentre aveva fra il suo clero esponenti liberali di primo piano (Gherardo Santaniello, che paragonoŽ lŽItalia allŽAssunta che generoŽ lŽEmanuele!; padre Boccaccini delle Scuole Pie, padre Urbano da S. Marco e il padre dei Riformati Domenico da Sannicandro) comprendeva anche paesi e cittaŽ vere roccaforti dei rivoltosi come la cittaŽ di San Marco in Lamis. Il vescovo rimase solo e inascoltato e fu anche accusato di cospirare contro il nuovo Stato. Il Tribunale lo riconobbe innocente per questa accusa, ma fu condannato a due anni di carcere che scontoŽ a Corno. Amnistiato nel 1864 non gli fu concesso di ritornare nella sua diocesi che poteŽ raggiungere solo alla fine di quellŽanno. La cittaŽ di Foggia accolse il 9 novembre del 1863 il Re Vittorio Emanuele II che si recoŽ in Cattedrale atteso dal Capitolo in cappa magna e dal vescovo di S. Angelo dei Lombardi...”.
Vicende analoghe, Robles ha raccontato per Mons. Giuseppe Iannuzzi, vescovo di Lucera dal 1843 al 1871, e Mons. Giovanni Montuoro, chefu vescovo di Bovino dal 1859 al 1862 (La sede vescovile fu vacante dal 1862 al 1871).
Gli aspetti contrastanti dellŽatteggiamento dai religiosi, ha proseguito Robles, “rendono difficile una giusta comprensione degli atteggiamenti assunti dal clero e dallŽepiscopato. Il ruolo della chiesa rimaneva indispensabile sia per gli unitari che per i borbonici. Era importante tirare dalla propria parte la chiesa. E a questo proposito gli episodi sono veramente numerosi. EŽ il potere politico che si arroga il diritto di nominare parroci favorevoli alle idee liberali e quindi a Garibaldi e a Vittorio Emanuele. Interessante la richiesta del sindaco di Cagnano al Governatore di Foggia, nel dicembre 1860, per la nomina a parroco di don Nicola Mancini di Alberona il quale "tiene mente e cuore patriottico"... E come si chiede la nomina di coloro che favoriscono i propri ideali, cosiŽ si chiede lŽespulsione di coloro che sono contrari e che sono ritenuti pericolosi. CosiŽ i cittadini di Deliceto chiedono, nel novembre 1860, lŽespulsione dei padri liguorini... o il giudice supplente di Foggia che, nel febbraio del 1861, chiede lŽespulsione di alcuni cappuccini che mantenevano corrispondenza con il vescovo Frascolla... LŽautoritaŽ civile non interveniva soltanto nel chiedere rimozioni o promozioni, ma nel correggere o cercare di correggere alcune decisioni prese dallŽautoritaŽ episcopale nei confronti del proprio clero: eliminare per esempio alcune sospensioni a divinis ritenute dettate "da puro odio politico" e che "fosse dovere del governo del Re "eliminare le episcopali prepotenze e difendere in uno il sacerdozio cittadino". Con tale espressione di chiara natura gallicana si esprimeva, contro il vescovo di Bovino, il Governatore della provincia di Foggia nel 1861.
Un altro aspetto che andrebbe considerato eŽ il rapporto di alcuni rappresentanti del clero con il brigantaggio. Da un verbale di interrogatorio presso la Corte dŽAssise di Lucera si evince che il sac. Francesco Tardio di San Marco avrebbe procurato un passaporto per Roma al brigante Pietro Guerrieri. A Vieste lŽarciprete Masanotti nel luglio del 1861 in seguito allŽinvasione del paese da parte di una banda di briganti aveva invitato la popolazione ad accoglierli e aveva programmato un canto del Te Deum con i briganti...
Non mancarono da parte di un rappresentante del clero le prime delusioni per la nuova realtaŽ governativa. Sul giornale "La stella di Garibaldi" p. Grilli delle Scuole Pie scriveva: "Il governo si eŽ fatto gioco della libertaŽ, delle sostanze, della vita di tutti... ha combattuto le sante aspirazioni della gente incorrotta; il povero non ha incontrato giustizia, il ricco ha potuto impunemente usare dela sua potenza a danno della morale pubblica, il magistrato ha sostituito alla legge lŽarbitrio... fincheŽ dureraŽ la pertinacia di volere cosiŽ governare lŽItalia ed il brigantaggio, conseguenza legittima di quel falso indirizzo politico, spunteraŽ le armi degli uomini pratici meglio intenzionati". EŽ ancora da approfondire il ruolo svolto dalle diverse componenti ecclesiastiche (vescovi, sacerdoti, monaci, monache) negli avvenimenti del Risorgimento e dellŽUnitaŽ dŽItalia...
La chiesa dellŽepoca viveva un periodo di decadenza morale e conosceva una reale autonomia di vita fra i suoi rappresentanti. Ma il clero era il gestore di quella religiositaŽ che costituiva il collante piuŽ forte fra i diversi strati sociali. La religione non era la chiesa e il clero spesso era piuŽ fedele alla religione che alla chiesa. Forse eŽ questa la chiave per comprendere meglio quale sia stato il ruolo della chiesa e degli ecclesiastici negli avvenimenti del Risorgimento”.

Negli interventi post-relazione, il Presidente Andretta ha sottolineato come lŽintervento di Robles abbia dimostrato che “la storia non si fa con accetta”: le situazioni storiche, soprattutto in alcune circostanze, sono variegate e complesse e non possono essere giudicate con categorie assolute e quando alla politica si aggiunge alla religione la cosa si complica.

Il dott. Antonio Vitulli ha ricordato di aver scritto 40 anni fa un libro su Mons. Frascolla ma ha voluto dare qualche notizia sul secondo vescovo di Foggia, mons. Geremia Cosenza.
Nominato nel 1872 e vescovo per 10 anni, Cosenza aveva personalitaŽ completamente diversa da quella del colto e autorevole Frascolla: fu “una iattura per Foggia”, per il suo spirito reazionario.
Significativo fu lŽopuscolo che scrisse, “Giustizia Divina”: in esso elencava tutti i disastri che, dallŽantica Roma a quegli anni, avevano colpito coloro che avevano preso decisioni o compiuto azioni contrarie alla Chiesa, indicandoli come episodi di “giustizia divina”.
“Il libro”, ha detto Vitulli, “spiega il periodo di separazione netta tra il clero foggiano e le autoritaŽ laiche, che dureraŽ fino alla fine del secolo. A Foggia allŽepoca cŽerano persone di cultura cattolica di alto calibro, come Ferdinando Villani che furono emarginati dal vescovo Cosenza.

Il prof. Saverio Russo, docente di Storia Moderna allŽUniversitaŽ di Foggia e componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, ha ribadito la volontaŽ di non esprimere visioni “monolitiche” del fronte neoborbonico o di quello risorgimentale ed ha sottolineato lŽimportanza dellŽapplicazione del metodo storico per le ricerche, per evitare i danni che puoŽ provocare lŽapprossimazione dilettantesca. Rifarsi alle fonti e dare la possibilitaŽ agli altri di verificare quanto si afferma eŽ la strada da percorrere con rigore, oltre ad avere qualche competenza tecnica di base, come ad esempio la capacitaŽ paleografica per saper interpretare correttamente le fonti manoscritte.

Savino Russo, appassionato ricercatore storico foggiano, ha voluto ricordare la figura di Giuseppe Maria Mucedola, vescovo di Conversano (1848-1860) in quegli anni “difficili”, che era originario di San Paolo di Civitate.
Nel centro del Barese, si prodigoŽ a favore di poveri, dotoŽ il Seminario diocesano di una poderosa biblioteca e fu protettore del chierico Morea che condusse uno dei primi studi su pergamene relative a conversano conservate a montecassino. Si schieroŽ anche al fianco dei patrioti risorgimentali: benediceva i giovani che andavano ad arruolarsi nelle fila garibaldine e visitava i detenuti politici anti-borbonici nel carcere di Trani. Proprio di Mucedola si puoŽ dire che sia stato precursore del modernismo, percheŽ mostroŽ chiaramente di essere ormai consapevole di una divisione ormai inevitabile tra potere ecclesiastico e potere temporale. Prese anche una posizione forte nel Concilio Vaticano I, votando contro lŽinfallibilitaŽ del Papa. Fu cosiŽ “filo-Savoia” che questi gli assegnarono lŽonorificenza dei Santi Maurizio e Lazzaro, offrendogli addirittura un posto nel Parlamento nazionale che egli rifiutoŽ. Una figura, ha auspicato Savino Russo, di cui andrebbe approfondita la conoscenza con appositi studi.
 
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