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Inserita il: 24/01/2011

Terza parte della relazione “Territorio e infrastrutture in Capitanata”

La sintesi dellŽintervento del prof. Russo alle "Domeniche con la Storia"
“... Parliamo ora delle politiche commerciali ed agricole.
LŽeconomia della nostra provincia era in gran parte dedicata allŽagricoltura e allŽallevamento. In buona misura, questi settori sono legati al commercio internazionale, non a quello interno o allŽautoconsumo. Nei decenni precedenti allŽUnitaŽ si era determinato un fenomeno importante: nonostante il presistente ‘regime del TavoliereŽ, che limitava le trasformazioni produttive, nella nostra provincia cŽera stata una forte espansione della superficie seminata. Ad esempio, il grano passa ad occupare da 95mila versure dai primi anni Ž30 a circa 130mila alla vigilia dellŽUnitaŽ: era destinato per lo piuŽ allŽesportazione, in parte verso Napoli, ma in prevalenza verso i porti esteri, come Genova, Inghilterra, Francia meridionale e altre destinazioni lontane. Questa produzione ha unŽacme a metaŽ anni Ž50 in concomitanza con la guerra di Crimea (1853-Ž56), grande produttrice di cereali. In questi anni, le forniture del grano che servono agli eserciti alleati, vengono affidate a grandi commercianti napoletani ed alcuni di questi avevano agenti pugliesi: Pavoncelli e De Martino fanno le loro fortune in questi anni.
Negli stessi anni, si avvia la trasformazione viticola che interesseraŽ, in modo particolare, il Tavoliere meridionale. LŽoidio aveva distrutto i vigneti in gran parte dŽItalia, la domanda –e i prezzi- di vino e uva salgono alle stelle e i proprietari sono indotti a piantare vigneti (questo prima degli anni Ž70, quando ci saraŽ la filossera in Francia). Comincia la trasformazione vinicola della zona tra Andria, Canosa e Corato e nel Foggiano, a Cerignola: La Rochefocault, famoso, e il suo amministratore Morini, avviano lŽimpianto delle vigne con i contratti miglioratari –cioeŽ, senza rimetterci soldi, ma obbligando i contadini a farlo a loro spese- ventinovennali.
La trasformazione agricola legata allŽesportazione saraŽ un elemento fondamentale che segneraŽ a lungo lŽorientamento dei ceti produttivi agricoli meridionali, che sono quelli maggioritari: questi hanno interesse al libero commercio; non possono tollerare il ‘proibizionismoŽ. Si eŽ detto che lŽapparato manifatturiero meridionale eŽ stato danneggiato dallŽestensione a Sud della tariffa doganale piemontese, molto piuŽ bassa di quella napoletana che creava una barriera protezionistica. Ma le barriere doganali erano contrarie agli interessi dei produttori agricoli del Sud, che vedevano nellŽesportazione una possibilitaŽ di affermazione e di profitto. Quindi, le scelte di politica economica non furono ‘calate dallŽaltoŽ: in qualche modo, incarnavano gli interessi dei produttori meridionali. Potevano non essere gli interessi generali ma, di fatto, chi aveva voce in capitolo sulla politica economica erano i ceti produttivi legati allŽagricoltura: i Pavoncelli e altri grandi produttori meridionali che erano legati al libero commercio; erano liberisti. LŽorientamento di questi cambieraŽ nellŽ87 quando, a livello internazionale cŽeŽ la svolta protezionista nellŽEtaŽ degli Imperi: nel Mezzogiorno, i latifondisti agrari sono ora danneggiati dal libero commercio, percheŽ giungono i grani dallŽAmerica, che ha immense estensioni produttive con grosse rese, rapidi trasporti con le nuove navi a vapore e prezzi stracciati. Allora i produttori meridionali si alleano con lŽindustria del nord –ad es. il lanificio Rossi- e si rompe lŽorientamento liberista per scegliere il protezionismo. Ne subiranno un danno i viticoltori, che erano competitivi con lŽestero e patiranno la guerra doganale con la Francia.
Mi avvio alla conclusione. Orientamenti culturali e interessi concreti spingono verso lŽesito unitario e per certe politiche economiche, che hanno danneggiato alcuni settori produttivi, ma erano motivati da certi rapporti di forze che esistevano in quel momento nel Paese.
Morale della storia. Si sarebbero potute fare scelte diverse: dal punto di vista infrastrutturale, ad esempio, come quella dei Piemontesi che tra gli anni Ž40 e Ž50 avevano deciso di forzare la costruzione di nuove ferrovie, strade e canali navigabili. Lo fecero aumentando la tassazione. Una delle lamentele del popolo meridionale fu proprio che i Piemontesi, dopo lŽunificazione, aumentarono le tasse. Se le tasse sono finalizzate agli investimenti, alla soluzione dei problemi, alle infrastrutture, a garantire i servizi, sono auspicabili.
I Piemontesi, in piuŽ, caricano il peso sul debito pubblico. Dopo lŽunitaŽ, le tasse piemontesi, piuŽ pesanti di quelle napoletane, vengono estese a Sud, cosiŽ come viene spalmato anche a Sud il debito pubblico.
Il Sud aveva i conti in pareggio percheŽ i Borbone avevano paura dei ceti produttivi e se ne assicuravano il consenso –come si fa ancora oggi- garantendo meno tasse. Una dinastia con una bassa legittimazione non puoŽ aumentare le tasse, percheŽ teme di perdere il consenso.
Quindi, come si vede, i processi economici –e quelli politici connessi- che accompagnano il processo di unificazione, sono complessi e devono essere analizzati sgombrando il campo da categorie compe ‘tradimentoŽ e ‘complottoŽ, ad essi estranei. Il nostro compito eŽ interpretare il passato con obiettivitaŽ, non di giudicarlo o lanciare anatemi contro di esso”.

A conclusione, il Presidente Andretta ha ricordato proprio come la Fondazione abbia cercato di portare nel dibattito in corso sullŽUnita –pur lasciando spazio a voci dissonanti- una linea di rigore storico, specificando, come aveva giaŽ fatto nei precedenti incontri, che la Storia “non si fa con lŽaccetta”, adottando atteggiamenti manichei.
 
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