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Inserita il: 26/09/2013

Le ricette di Arminio per i piccoli paesi

Il "paesologo" irpino ha suggerito con ironia e paradossi i modi per far rinascere le aree interne

Una ventata di ottimismo. Uno sprone a scuotersi dalla tradizionale tendenza all’autocommiserazione e al disprezzo per le cose di casa propria dell’uomo del sud.


Questo ed altro ancora è stato l’incontro con lo scrittore bisaccese Franco Arminio, che da tempo ha fondato la “paesologia”. Una disciplina che serve a divulgare le qualità dei paesi delle aree interne italiane ma anche ad essere parte attiva della rinascita di questi centri.


“Come?” gli hanno chiesto il Presidente della Fondazione Banca del Monte Saverio Russo –che ha introdotto l’incontro- e l’animatore della conversazione pubblica, il giornalista Enrico Ciccarelli.


Non esiste una ricetta univoca, ha risposto Arminio. Non è solo una questione di interventi sull’economia. Certo, gioverebbero incentivi che inducano a trasferirsi nei piccoli centri o almeno convincano a restare chi già c’è.


E’, piuttosto, una questione di atteggiamento mentale, per Arminio. Basta con lo “scoraggiatore militante”! Per lo scrittore irpino è la figura deleteria dei paesi: colui per il quale nulla va bene, le cose vanno sempre meglio altrove, qualsiasi iniziativa è fatta  male o inutile se non dannosa. “Da domani, dobbiamo cominciare ad avere un atteggiamento positivo. Non dobbiamo rientrare a casa se non abbiamo speso buone parole nei confronti di qualche concittadino o di una iniziativa che si è svolta nel nostro paese”!


Una diagnosi provocatoria seguita, però, da una ricetta semplice per cercare di superare un diffuso pessimismo che non aiuta certo il ritorno alla vitalità dei centri delle aree interne, già sfavoriti dalla distanza dalle grandi città e, spesso, da viabilità disastrate come accade sul Pre-Appennino Dauno.


“Non sono un intellettuale”, ha detto anche Arminio. “Cerco, anzi, di essere un po’ più ignorante. Ho 53 anni e faccio il maestro e cerco di riportare nei miei libri le sensazioni che vivo ogni giorno. Anche le angosce che possono attanagliare che, però, cerco di superare con un atteggiamento positivo”.


Arminio si fa fautore di un “umanesimo della montagna”, come lo ha definito: una rinascita della vita sociale e culturale delle aree interne basata sulle ricchezze del territorio –paesaggistiche e umane- ma aiutata dagli strumenti della modernità: un metodo che “coniuga il PC con il pero”, ha detto argutamente.


Dobbiamo cercare anche di ridare vita alle vocazioni dei piccoli paesi, ha aggiunto. Spingere di nuovo alla pratica dell’agricoltura, ad esempio. “Ho di recente visitato Capistrello, paesino di quasi 5500 abitanti in provincia dell’Aquila. Sorge nei pressi della piana del Fucino, ha terreni fertili e potenzialmente molto produttivi e sapete quanti sono dediti all’agricoltura? Uno solo: un signore che si chiama Vinicio. In compenso, ci sono tantissimi giovani che devono ricorrere all’assistenza del Sert. Perché, mi sono chiesto. Perché si praticano attività distanti dalla vocazione del territorio”.


Arminio ha anche deprecato la distruzione del territorio, causata dalla cementificazione. “Per conto del Corriere del Mezzogiorno, ho compiuto un viaggio per descrivere le aree interne del Salernitano. Dal Garigliano alla città capoluogo, gli unici spazi verdi rimasti sono i campi di calcio”, ha detto ancora una volta con atteggiamento provocatorio.


Per lo scrittore, dobbiamo tornare ad amare i nostri territori, a rispettarli, dedicandoci di più alla loro cura. Dobbiamo fondare –ha detto proseguendo nelle proposte paradossali- delle “cooperative di ammiratori”, che si preoccupino di girare e tessere gli elogi di quello che c’è, di umano e di materiale, nei nostri paesi.


Ma dobbiamo anche conservare quella ricchezza umana rappresentata dai nostri vecchi. I vecchi dei paesi sono l’ultimo esempio di persone davvero segnate dal tempo. “Oggi ci sono solo giovani invecchiati”, ha scherzato Arminio, “che rifiutano la loro età e cercano di cancellarne le tracce”.


Dobbiamo invece rispettare e amare i nostri “vecchi”. Fare una sorta di “turismo della clemenza”: cioè fare delle gite nei paesi e scambiare due chiacchiere con questi anziani. Farli sentire importanti e ascoltare quello che hanno da dire.


La “paesologia”, dunque, come amore vivo della realtà attuale dei paesi delle aree interne e non soltanto come recupero nostalgico di un patrimonio culturale, storico e umano che non è più.


Nel dibattito cercato a tutti i costi da Arminio per interagire con il pubblico, sono emerse anche le esigenze di recuperare spazi di degrado, materiale e morale, in città meno “periferiche”, come la stessa Foggia, che a fronte di maggiori mezzi e migliori collegamenti, scontano un pessimismo interno e una involuzione sociale a tratti maggiori di quella dei piccoli paesi. Anche qui, per Arminio, l’antidoto è l’amore per la propria terra.


Un amore che lo scrittore esprime con stile semplice ma efficace nei propri libri: si è citato il notevole successo del suo “Vento forte tra Lacedonia e Candela” (Laterza 2008), ma anche il nuovo “Geografia commossa dell´Italia interna” (Bruno Mondadori, 2013) che spiegano appieno la passione del “paesologo” Arminio, del quale è stata sottolineata anche il notevole lirismo che permea la sua prosa e sfocia, a tratti, in vere e proprie poesie di grande bellezza e intensità.

 
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